martedì 17 dicembre 2013

Monday Blues

Inizio a scrivere negli ultimi minuti di lunedì, consapevole che finirò il giorno dopo, senza alibi per il magone. Colpa delle storie che si sovrappongono come pecorelle insonni che sembrano non volerti lasciare andare.

Mi sono specchiata, l'altra sera mentre tornavamo a casa, negli occhi di una ragazzina così scura da confondersi con la notte. Eravamo in macchina per tornare a casa, su quel maledetto tratto di via Langhirano che precede Corcagnano e io - stronza - commento pure: "Bisogna essere deficienti per andare in due, in scooter, di sera!". Lo dico con il piglio della suocera acida ma di buone intenzioni. Ci scappa il morto almeno una volta all'anno su quel fottutissimo tratto di strada. Il che, per un rettilineo di dieci chilometri, è un pessimo record. Quella strada spezza vite, famiglie, amicizie, carriere.

Poi lei, la passeggera, si gira e i nostri occhi s'incrociano. Basta un istante per annusare il terrore nello sguardo di qualcuno, se sai cosa osservare. Anche lei lo sa, che è pericoloso. Ma è domenica e gli autobus non ci sono, mi fa notare mia madre quando cerco di correggermi sostenendo che gli abbonamenti costano meno e sono meno pericolosi. E allora uno che non ha i soldi per comprarsi la macchina cosa fa, si nasconde per sempre in casa?

Ho chinato lo sguardo sulle mie scarpette basse di pelle col tacco appena rifatto e i pantaloni neri a sigaretta. Ho rivisto su quelle stesse gambe le scarpe lise e i jeans bucati, e sul mio riflesso il sorriso ilare di un coetaneo, poi compaesano, tredici anni fa: "Belle scarpe, eh!". Mi sono vergognata per gli ultimi cinque minuti che ci separavano da Corcagnano e da quel fottutissimo tratto di via Langhirano.
Nei suoi occhi ho visto il volto sottile e perfido della Crisi e del prezzo troppo caro che stiamo pagando, tutti noi che non sappiamo più nemmeno sospendere i nostri pregiudizi. Di questo periodo buio che ci sta trasformando in vittime e carnefici del nostro prossimo.

Quanto vorrei che finisse.

mercoledì 11 dicembre 2013

Incipit

Questo non è un post: è una confessione.
Negli ultimi cinque anni ho studiato come una matta per imparare a scrivere meglio. Ho preso una laurea in giornalismo, ho scritto per giornali, ho frequentato un corso in social media marketing, mi tengo aggiornata sui blog che parlano di web writing, ho persino inventato una rubrica come pretesto per studiare le tecniche di scrittura.
Nel frattempo ho colpevolmente dimenticato le ragioni per cui scrivere.
Mi sono trasformata in una scribacchina cieca, magari anche bravina ma irrimediabilmente senza cuore. Ho ripudiato ogni trama perché non la credevo all'altezza, ho smesso di commentare il mondo che mi circonda per paura di sbagliare perché diciamocelo: la gente scrive un sacco di cazzate su internet; senza essere ipocriti, ammettiamolo pure che quando qualcun altro scrive una panzana e viene giustamente (?) flagellato dal popolo della rete, noi sotto-sotto godiamo sospirando interiormente "non tocca a me, per oggi".
Mi sono costruita mille guinzagli: soldi, parola data, insicurezza. Ho abbracciato qualsiasi scusa pur di non affrontare il problema vero, cioè che cominciando a scrivere per professione avevo reciso quel filo che collega il cuore alle dita e avevo, infine, esaurito le cose da dire, da raccontare.
Poteva durare solo per un periodo limitato, perché per chi ama scrivere non c'è abisso più profondo di quello scavato dall'astinenza.
Quindi ho deciso di riprendere a scrivere, almeno una volta al giorno, per me soltanto. Senza guinzaglio, senza tema, senza zavorra di alcun tipo. Scrivere per amore di scrivere.